“Più teatri, meno manicomi” La rivoluzione del Patologico

«Chiudete i manicomi e aprite più teatri», lo ha urlato ai grandi della terra Dario D’Ambrosi. È stato lui l’unico italiano invitato all’Onu per parlare di Salute mentale, lo scorso giugno, in occasione della giornata mondiale della disabilità. Regista, attore di successo, ma soprattuttofondatore del Teatro patologico: primo palcoscenico al mondo per attori con sofferenza mentale che recitano da professionisti. Uno spettacolo che si fa titolo di studio: grazie alla collaborazione con l’Università di Tor Vergata di Roma, gli attori hanno la  possibilità di conseguire una laurea in operatore teatrale.

ALL’ONU «È stato un grido che ho lanciato a tutti i paesi, a quelli che adottano ancora gli ospedali psichiatrici»,  racconta D’Ambrosi alla redazione La senti questa voce.

L’attore, raggiunto telefonicamente al rientro dalla tournee in Sud Africa,  ha spiegato il suo intervento alle Nazioni Unite. «Siamo gli unici al mondo ad offrire ai disabili psichici un corso di Laurea legato al teatro. I nostri ragazzi possono veramente integrarsi, altrove sono ancora nei letti di contenzione con le camicie di forza». Non è solo la storia di un teatro all’avanguardia in tutti i sensi, è anche la storia di un primato italiano nel riconoscimento dei diritti e della centralità della persona. Portavoce d’eccezione dell’appello All mad free per la chiusura dei manicomi. «Siamo stati i primi a chiuderli. È stato un grande onore per me e per l’Italia», ricorda con soddisfazione D’Ambrosiche tra i tanti ruoli interpretati ha recitato ne La Passione di Cristo di Mel Gibson e nellaserie Romanzo Criminale. Basterebbe questo a fare del Teatro patologico la storia straordinaria del riscatto dei suoi attori.

IL TEATRO PATOLOGICO. Eppure c’è molto di più. «Loro non portano solamente un benessere personale ma anche un benessere al teatro», racconta D’Ambrosi «una grande creatività al mondo teatrale, scenografie, disegni dei costumi, la musicoterapia, la dance ability. Tutte materie che compongono il teatro e vengono svolte in maniera rivoluzionaria. Direi autentica e con uno spirito di passione e di amore che solo loro possono dare. Hanno contribuito alla crescita del Teatro patologico e del teatro nel senso più totale.» Non è solo un’opinione: il Teatro patologico ha portato il suo lavoro in tutto il mondo riscuotendo un grande successo di critica e di pubblico, ottenendo diversi riconoscimenti. Bravi quindi senza se e senza ma. Come quando hanno vinto il londinese  Wilton’s Prize, nel 2015, per il miglior spettacolo straniero dell’anno. «Un sogno che si è realizzato – racconta D’Ambrosi – Abbiamo rappresentato la Medea, classico di Euripide, recitato dai miei ragazzi disabili in greco antico e il pubblico ha deciso di darci il premio. È una cosa che non scorderò mai, uno dei momenti più belli del nostro lavoro».

Negli anni D’Ambrosi ha lavorato con oltre 1700 ragazzi, con i quali ha messo in piedi spettacoli ovunque. Sono loro ad aver provato con risultati effettivi e definitivi l’efficacia del metodo.

«Una volta un genitore mi ha detto: non so se mio figlio diventerà o meno un attore, ma devo ringraziarti perché da quando viene a teatro noi possiamo dormire la notte.  In questo istante – prosegue D’Ambrosi- ho capito che la strada intrapresa era quella giusta. Se solo un ragazzo sta bene, stanno bene centinaia di persone: sta bene la sua famiglia, il suo condominio, il suo quartiere, la sua città».

LA MASCHERA DELLA SPERANZA. Se è vero che ogni teatro ha la sua maschera il Teatro patologico indossa quella della speranza. «Ragazzi che erano distrutti che stavano malissimo ora affrontano la vita con grande gioia». È una vera rivoluzione: al centro c’è l’essere umano e la consapevolezza del valore che ognuno di noi può portare alla società, a prescindere da qualsiasi diversità. «Questi ragazzi possono offrire tantissime cose, non solo in campo teatrale, ma in qualunque campo della nostra quotidianità».

L’autenticità insieme all’amore e alla passione sono l’alchimia perfetta che arriva al cuore del pubblico.  «Non lavorano con la dizione o con  la parte accademica, ma con la passione e l’amore ed è quello di cui ha bisogno adesso il teatro. Passione e amore. Bisogna essere autentici in palcoscenico, cosa che i teatranti hanno perso da tempo». Ingredienti che rendono ogni loro spettacolo un evento unico e diverso dall’altro e scatta la magia. Un’alchimia perfetta che cancella il patologico e lascia solo il teatro.

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Post Author: Stefano Spiga

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