Finestra sulla green economy

A cura della redazione. Il terzo millennio si apre agli occhi dell’uomo contemporaneo come l’età della plastica, al cui uso in tutte le sue forme non si può rinunciare, per cui è necessario rapportarsi ad esse con misure di risposta e di riciclaggio. Vista la sua derivazione dal petrolio, la cui fonte è in esaurimento a causa dell’uso spropositato, le politiche governative mirano a convertire tutte le operazioni industriali verso la così detta green economy. Questa prevede di integrare le risorse materiali sia per produrre energia sia, ancora, per uno sviluppo sostenibile, come ad esempio le biomasse e le fonti rinnovabili.

La green economy è quel tipo particolare di economia in grado di limitare l’impatto ambientale, viaggiando di pari passo con lo sviluppo tecnologico e la coscienza di ogni singolo individuo. Laddove si verifica una perdita di equilibrio nell’ambiente naturale, niente di meglio di un modello tridimensionale che comprenda al suo interno la sfera ambientale, la dimensione sociale, nonché quella economica. Proprio in tal senso si svolgono determinate iniziative di orto-terapia e orto- coltura nel rispetto dei cicli stagionali, come nel caso dell’orto sinergico, importante per la soluzione di gravi problemi, quali la continua erosione del suolo, che può essere limitata da specifiche tecniche di coltivazione.

Si tratta di esperienze che riguardano la nostra realtà locale, che hanno visto il coinvolgimento dei centri diurni di Marina Piccola, Selargius, nonché di Assemini, realtà territoriali molto sensibili alle tematiche ecologiche, con propositi ed obiettivi di reinserimento psico-sociale e di salute mentale, non lontani dal prendersi cura degli esseri viventi del verde e dell’ambiente.

È lecito chiedersi, per chi pratica l’orto-coltura, vuoi come terapia vuoi come occupazione produttiva, se le prospettive insite in certi modelli di produzione possano condurre a una qualità di vita migliore.

Esplorando il panorama di economie che offrono serie alternative a un sistema di produzione ormai vecchio e contraddittorio, ci imbattiamo in modelli di sviluppo alternativi, compreso quello della green economy. Questo modello contempla soprattutto la salvaguardia dell’ambiente durante i cicli di produzione, facendo riferimento alle inevitabili scorie che, laddove non esista un attento riciclaggio, portano al degrado ambientale. È inevitabile che se si punta esclusivamente alla crescita economica unidirezionale si verifica una perdita di equilibrio nell’ambiente naturale.

Sempre più spesso si parla di inquinamento, in particolare di quello atmosferico generato da cause naturali (le attività vulcaniche, erosione eolica, incendi boschivi) o antropiche ovvero generate dalle attività umane (traffico auto veicolare, combustione e processi industriali).
In riferimento a quest’ultimo tipo di inquinamento, occorre una maggiore attenzione verso il problema e un cambio di direzione del nostro stile di vita. Infatti, i dati che provengono dai vari promotori di uno sviluppo sostenibile e della green economy(ne sono un esempio i recenti accordi di Parigi) dovrebbero portarci ad adottare delle misure che ci consentano di salvare il pianeta.

Quale futuro per noi abitanti della Terra se non si provvede nel giro di un determinato lasso di tempo a ridurre l’emissione dei gas serra e i consumi energetici? Quali possibilità di vita se non si raggiungono gli obiettivi prioritari di riciclaggio di tutti gli imballaggi di plastica?
Chiave di volta per imboccare una via d’uscita è l’economia consentita dal riciclo, quali la creazione di nuovi posti di lavoro, il coinvolgimento degli istituti di finanza per gli investimenti green, tasse quali quelle sulla plastica per finanziare il bilancio europeo.


Come data che indichi una scadenza improrogabile il 2030 dovrebbe servire da punto di riferimento
per il raggiungimento di una serie di obiettivi, anche se per molti è forse troppo tardi.
La green economy diventa quindi un business di banche e istituti di finanza, che devono valutare il basso impatto ambientale dei loro investimenti. Rimangono da raggiungere obiettivi prioritari, quali la riduzione delle emissioni inquinanti e dei consumi energetici, mentre si è raggiunto un miglioramento nella raccolta differenziata che comporta un calo dell’utilizzo delle discariche.

Complessivamente le realtà territoriali fronteggiano e collaborano di concerto con il resto del territorio nazionale, ed europeo e mondiale. I paesi più green al mondo sono le nazioni scandinave, con la Svezia in testa alla classifica, seguita dalla Norvegia e Finlandia. Vengono poi Svizzera e Germania. L’Italia si piazza in quindicesima posizione. Anche Brasile, Costa Rica e Zambia hanno ottenuto risultati positivi. I “big” ovvero Stati Uniti e Cina, si piazzano al 30esimo e 64esimo posto.

Non ci resta che attendere, operare, ed educare i nostri figli a migliorare il mondo salvandolo dalla povertà e rendendo accessibili a tutti le risorse naturali, attraverso soluzioni che non siano invasive per l’ambiente.

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Post Author: Stefano Spiga

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